Intervista alla pittrice genovese Marina Carboni: Simboli, fantasia e cerchi nelle sue opere

Oggi l’arte vive una assoluta libertà di espressione nei codici, nel contesto e nei materiali, obiettivo che opinavano in passato gli artisti nel loro bisogno creativo. La creatività è libero fluire di un impulso interiore, frutto della propria esperienza vitale, delle abilità innate e del gusto. Se la blocchi si esaurisce, se la solleciti troppo si esalta ed esplode in modo disarmonico. L’arte è armonia, equilibrio, raffinatezza e grande sensibilità.

A fronte di questa libertà ormai acquisita, oggi notiamo anche un massimo grado di inefficacia e di appiattimento nell’imitazione e nella ripetizione, perciò è molto apprezzato ciò che è veramente unico e personale.

Il percorso di un artista segna tappe di evoluzione, che neppure il soggetto è in grado di comprendere, perchè la creatività è ispirazione, che si estrinseca quando si raggiunge un alto grado di rarefazione della spiritualità e della materialità. Attraverso lo sviluppo ed il susseguirsi delle sue opere, l’artista vede compiersi una scelta nelle linee e nei colori sempre più determinata e sicura e col tempo scopre che è nato il suo stile, a cui rimarrà fedele perchè questo percorso è ineluttabile. Fa parte della personalità, della sua singolarità ed esperienza di vita: ad un certo punto il pittore si rende conto che le opere si realizzano da sole, si materializzano nella mente, la mano corre veloce sulla tela e il pennello pare guidarsi da solo. Ormai il fruitore dell’opera riconosce l’artista tra mille, sa che è lui e che non potrebbe essere altrimenti. Se si osserva un’opera di Marina Carboni la si connota immediatamente per la sua originalità: è lei e non potrebbe essere altri, perchè la fluidità del colore scorre sulla tela con una scioltezza di composizione che sa narrare storie con una scorrevolezza che ricorda un brano musicale. Il colore è tutta sinfonia ed equilibrio di visioni calde che si sciolgono sulla tela armoniosamente, collegando le immagini che, pur nella loro elasticità, mantengono la tridimensionalità. Si ha una sensazione di leggerezza, di bellezza armonica, e nello stesso tempo è possibile una lettura profonda del significato: non sono mai banali i suoi soggetti, ma frutto di profonda riflessione, di conoscenza, di sapore di una vita che ha conosciuto anche la sofferenza. Lei stessa racconta di sé che vuole “comunicare armonia” perchè il suo intento nel dipingere è dare “il massimo di sè”, fino all’appagamento.

Riconosce di esprimere con la sua arte i suoi pensieri e che costruisce l’opera prima nella sua mente, partendo dalle immagini che l’hanno colpita di più nell’infanzia, quelle del mondo della fantascienza, che ha visionato insieme al padre, aggiungendo alla sua fantasia il fattore emotivo ed affettivo: è un ritornare a momenti profondamente impressi nel suo immaginario. Ne sono nati così quelli che lei chiama “universi lunari e spettrali”, che sono poi confluiti nell’unico grande cerchio che è sempre presente nelle sue opere: sfonda lo spazio dando profondità e una convergenza, che diventa la sua dimensione mentale. Il cerchio rappresenta la perfezione, l’omogeneità e l’assenza di divisione e distinzione: nasconde un significato molto ampio e profondo.

Tutto in natura riprende la simbologia del cerchio, dai pianeti all’atomo ed è stato utilizzato in molte culture antiche, anche le primissime, che osannavano il Sole, cerchio da cui dipende la nostra vita e quella della Terra. Comunica sicurezza, rassicurazione, dominio e centralità e trasmette la serenità, la libertà e l’infinito. In Arte rappresenta Dio e la Creazione ed è il simbolo di tutto ciò che è Celeste.

Rappresenta il tempo come successione di istanti identici ed è la figura dei cicli celesti delle rivoluzioni dei pianeti, ovvero dello Zodiaco. Non a caso molte chiese e santuari sono a pianta circolare, come lo sono molti monumenti dell’antichità, perché è il simbolo dell’universo.

Ma è anche il simbolo della protezione: molte difese, attorno alle città, ai castelli, ai templi, agli anfiteatri e alle tombe sono circolari per impedire a nemici o ai demoni di penetrarvi. Nelle culture celtiche veniva usato per fermare le invasioni nemiche come limite magico. E’ il dono dell’anello simbolo dell’eternità dell’amore, da cui deriva il ventre gravido della madre, simbolo della vita per eccellenza. Marina Carbonari lo usa nelle sue opere perché vuole raggiungere il massimo dell’espressione e della perfezione.

Trovo sempre molto affascinante scoprire in un artista la capacità di rendere reali in un’opera, idee che vengono così visualizzate concretamente dall’evanescenza della mente. Realizzarle e renderle visibili è un’abilità riservata a pochi e dà una grande soddisfazione interiore all’artista, che guarda la sua opera finita e dice “non poteva essere diversa da così!

Descriviti e presentati

Non sono una persona solare. Avrei tanto voluto esserlo, ma nella mia vita non ho saputo combattere adeguatamente le ombre: ho sempre avvertito la presenza di grigie atmosfere, che mi hanno impedito di godere delle tante cose belle che sicuramente il mondo riserva a chi sa coglierle.

Ricorda il tuo rapporto infantile col disegno, con la pittura e col mondo

dell’Arte Il mio rapporto col disegno è nato con me: non ricordo quando, poiché il mio gioco infantile è sempre stato il disegno. Naturalmente giocavo anche in maniera tradizionale, ma ogni occasione era per me motivo di esprimermi attraverso matite, pastelli, colori a cera. A Natale disegnavo alberi e Befane, a Carnevale mascherine, a Pasqua uova e coniglietti. Ma soprattutto i personaggi di Walt Disney mi divertivano molto.

Cosa vuoi descrivere e narrare attraverso le immagini che dipingi?

Non ho obiettivi precisi nelle mie rappresentazioni. In alcuni casi sì, quando racconto fatti concreti legati ad esempio all’immigrazione o quando voglio descrivere personaggi con caratteristiche particolari come in qualche ritratto, ma le tematiche sono secondarie: la base della mia ricerca direi che è la trasparenza delle immagini, la narrazione di un mondo fiabesco che va al di là dei suoi contenuti.

Come sei arrivata ad esprimerti con un linguaggio pittorico così

personale? Le radici sono lontane, forse nella mia curiosità verso la fantascienza che mi ha trasmesso mio padre e che mi ha portato, nei miei primi lavori, a rappresentare un universo lunare e spettrale. Questo universo si è poi evoluto, i mondi rappresentati da pianeti lontani sono confluiti in un unico grande cerchio che è sempre presente in tutti i miei lavori e che permette di sfondare lo spazio, dando profondità e convergenza. Non più sfondo distinto dal soggetto, ma fusi in un’unica dimensione mentale.

Quanto di te c’è nelle tue opere? Cosa vuoi comunicare?

Nelle mie opere c’è tutto di me, non solo nella tecnica, ma soprattutto ci sono i miei pensieri. La mia pittura è fatta molto di osservazione. Dipingo molto senza usare i pennelli, ma semplicemente osservando a lungo un lavoro ancora incompiuto. Mi siedo davanti all’opera e l’osservo costruendolo nella mia mente. Mi faccio guidare dagli occhi e dall’istinto e fin quando non scorgo il punto ultimo di arrivo, lo blocco, non proseguo. Ciò che voglio comunicare è armonia: nei colori, nelle forme, nei dettagli. L’armonia che dovrebbe guidare il mondo, io, senza presunzione la cerco nelle mie opere.

Cosa significa per te la pittura e che ruolo ha nella tua vita?

La pittura è stata della mia vita il filo conduttore. Tutto le è avvenuto attorno. Ha significato frustrazione nei periodi in cui mi ha abbandonata e gioia quando è tornata. Ha dato senso alle mie visioni, ai miei sogni e felicità quando li vedevo realizzati. Mi dice chi sono e mi gratifica. So che se non l’avessi avuta sarei stata una persona completamente diversa, forse più realizzata, o forse meno, ma certamente più sola.

Cosa sei stata disposta a sacrificare per la pittura?

Non ho sacrificato nulla alla pittura, poiché è stata la colonna della mia vita. Le ho dedicato molto tempo, ma è stata una gioia, mai un sacrificio. Le ore volavano e non me ne accorgevo.

Quanto ti senti soddisfatta quando hai terminato un’opera?

La soddisfazione c’è sempre: io sono una persona puntigliosa e non considererei conclusa un’opera se non mi appagasse. Questo naturalmente non significa che abbia raggiunto la perfezione, significa soltanto che, per i miei occhi e per la mia mente, ho raggiunto il massimo di me.

Ti senti capita nel mondo dell’arte?

Sì mi sento capita. Ho ricevuto molte soddisfazioni e condivisioni di interesse. Chi osserva le mie opere le comprende e generalmente le apprezza, scorge cose che a volte nemmeno io intravvedo.

Che tecnica usi nel realizzare le tue opere?

Uso la tecnica delle velature con colori acrilici. Spesso uso l’oro, l’argento e il rame. Sono piani distinti, non sfumati tra di loro, la cui composizione determina la profondità del dipinto.

Un’opera tua finita è quello che volevi realizzare?

Sì, sempre, non fosse così la interromperei. Descrivi qualche tua opera che ti sta particolarmente a cuore. “Nereide”: amo il mare e tutto ciò che lo rappresenta nella realtà e nella fantasia. Ci è consentito sognare ciò che il mare nasconde nelle sue profondità, creature benevole e divine, della densità dell’acqua, il cui sguardo misterioso sfugge ad un’indagine troppo intima. Se tutto questo non corrisponde a ciò che la mitologia greca ci ha tramandato, poco importa. Fantasmi marini, trasparenti e seducenti, incantano chi, per volere dei propri sogni, li incontra.

“Il mare nelle case”: ligure da sempre, vivo il mio territorio con occhi lucidi. Una striscia di terra protetta a nord dai monti e, di fronte, l’infinito. Gli sguardi delle persone sono impenetrabili e poco disponibili, così come lo sono le piccole finestre delle vecchie case. Occhi e finestre si confondono e si alleano, le porte si spalancano e gridano. Poiché i nostri confini a nord sono invalicabili, noi, con le nostre case, le nostre facce, i nostri occhi, cerchiamo il mare.

“Invisibili anelli di ottone – Donna giraffa 3”: in Thailandia le donne Giraffa sono chiamare anche donne Cigno. Vivono in una piccola comunità ai confini col Myanmar e, fin da bambine, anno dopo anno, per soddisfare un concetto estetico, ai nostri occhi distorto, aggiungono un anello di ottone al loro collo, provocando così uno slittamento della clavicola e una compressione della gabbia toracica. Sono quindi le spalle a scivolare, inducendo l’illusione che sia il collo ad allungarsi. In questo lavoro ho voluto liberare una di queste donne, prigioniere di antiche leggende e di un collare da questa catena, rendendola invisibile. E’ solo un’illusione, poiché il collo, senza il supporto degli anelli, non sarebbe in grado di reggere la testa e sopraggiungerebbe la morte.

“Due donne”: donne di altri tempi che aspettano di partire. Probabilmente sarà Ellis Island ad accoglierle e, se non saranno fortunate, le loro valigie di cartone, ricche di tutto per chi le possiede, si confonderanno con le migliaia che sono andate perdute o raccolte nell’Immigration Museum di New York, inaccessibili e protette da bacheche di vetro, testimoni di chi è sparito senza un perché, senza poterle più recuperare, forse morendo, oppure no, ma certo scomparendo.

Come concili le tematiche richieste dai galleristi per le mostre e la tua

libertà espressiva? Questo per me non è un problema. La mia libertà espressiva non è legata ai contenuti, ma al mondo incantato e immaginario che è possibile raggiungere interpretando qualsiasi tematica.

Quali difficoltà hai incontrato come donna ad entrare nel mondo

dell’arte? Ho iniziato ad esporre nei primi anni ’70, allora le cose erano diverse da oggi: ero apprezzata, ma c’era sempre un “ma”, ed il “ma” era questo “Peccato che sei una donna!” Quante volte l’ho sentito a dire! E non aggiungo commenti…

Cosa consiglieresti ad un giovane artista che vuole entrare nel mondo

dell’arte? Non mi sento all’altezza di dare consigli, se non quello di imparare a diventare manager di se stessi. Quello che so è che dipende quasi tutto dal carattere e certamente dal talento del giovane artista. Ma forse non è del tutto vero neanche questo. Dipende anche dalla fortuna di incontrare persone giuste che abbiano l’interesse di appoggiarlo.

Qual è il tuo rapporto con curatori, critici, galleristi?

Chi mi ha conosciuta mi ha apprezzata e questo mi ha dato molta soddisfazione.

Cosa pensi dell’arte contemporanea dell’ultimo periodo?

Penso che esista veramente un universo parallelo nel quale si trova di tutto. E’ antipatico da parte di un pittore denigrare altri pittori, o in generale, altri artisti, ma raramente qualcosa mi colpisce. Quando mi succede, però è una sensazione stupefacente, è come incontrare ciò che avresti sempre voluto trovare e ne provi infinita ammirazione.

C’è spazio oggi per un artista che si vuole affermare, in Italia?

Io credo di sì, se si ha la fortuna di incontrare la persona giusta che, per qualsivoglia motivo, voglia e possa sostenerlo adeguatamente.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Questa per me è una domanda difficile: oggi la mia pittura sembra avermi lasciata e sono in attesa che ritorni ad ispirarmi. Altre volte l’ha fatto, se n’è andata, ma poi è sempre tornata. La sto aspettando…

Marina Carboni nasce a Genova nel 1952, si diploma al liceo Artistico N.Barabino nel 1970, successivamente frequenta i corsi dell’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. Nel 2006 consegue un secondo diploma presso il liceo Artistico P. Klee di Genova, indirizzo Arti Visive. Inizia la sua ricerca pittorica negli anni ’60, dando così inizio all’attività espositiva.

Negli anni ’70 entra a far parte del gruppo Acquasola, pittori liguri che già dal 1954 si riunivano per uno scambio di opinioni e di esperienze in campo artistico e partecipavano a numerose Collettive e Personali. Per un lungo periodo non ha più esposto al pubblico, senza però tralasciare la sua ricerca artistica indirizzata sia alla riflessione pittorica che alla distribuzione e decorazione di ambienti, alternata alla professione di disegnatrice architettonica e allo studio. In seguito ha ripreso la sua attività pubblica partecipando a mostre e concorsi nazionali e internazionali.

Ha partecipato a numerose Mostre Personali e Collettive in Italia e all’estero. Tra le più rilevanti nel 2019 a Sori(Genova) presso l’Oratorio S.Erasmo, nel 2018 a Venezia nella “Bipersonale” a Palazzo Zenobio, a Genova nel 2018 al Museo del Mare Galata, nel 2017 al Palazzo S. Giorgio e al Palazzo Ducale, nel 2013 alla Galleria Arte&Grafica, nel 2015 a Rapallo nell’Antico Castello sul Mare, a Milano alla Casa Museo Spazio Tadini nel 2016.

Numerosi sono i Premi ricevuti. Tra i principali, esposti nella Sala dei 500 a Palazzo Vecchio: Premio Presidente della Giuria XXXIII Premio Firenze nel 2015, nel 2016 il 2°premio ex aequo, Fiorino d’Argento, XXXIV Premio Firenze, nel 2017 3° Premio ex aequo Fiorino di Bronzo, XXXV Premio Firenze, nel 2019 ex aequo Fiorino d’Argento, XXXVII Premio Firenze e nel 2017 il Premio Fondazione Casa America “ Le Americhe tra sogno e realtà”. Al suo attivo ha anche molte pubblicazioni che parlano della sua opera.

Si entra veramente in un fluido sogno tra l’irreale e la realtà visitando una esposizione di Marina Carboni. La sua arte riesce a coniugare, con armonia, uno stile informale con immagini più reali, che sanno raccontare narrazioni poetiche che ti incantano, come la sua pittura, coi suoi colori delicati e caldi, su cui l’occhio si posa, accarezzandoli.

Da meer.com, 22 marzo 2023, autore ELENA GAIA

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